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GianlucaOlivero
Liberale socialista libertario
calcio
25 giugno 2010
FIGURACCIA MONDIALE
                                                

Il calcio mi ha sempre interessato, anche se non sono mai stato in grado di giocarlo discretamente. Non mi ha mai appassionato tanto come giuoco in sé – trovo molto più avvincente il rugby-, quanto piuttosto perché è seguito, amato, sofferto, partecipato da milioni di persone. E poiché il calcio è così seguito, amato, sofferto, partecipato alla fine risulta come uno specchio che aiuta ad osservare, analizzare e capire meglio – semplicisticamente, certo- un popolo. Con le sue evoluzioni sociali e politiche. Quindi posso dire di essere interessato al calcio più ad un livello strettamente psicologico, piuttosto che per passione.

Più che altro, devo confessarlo, mi sono sempre divertito ad osservare quel fenomeno fondamentalmente irrazionale che è il tifo. Il trionfo della faziosità, la morte dell’obiettività.

Il calcio, il tifo sono la rappresentazione ideale del bipolarismo, di un bipolarismo che è portato alle estreme conseguenze fino a diventare quasi scontro: un po’ quello che sta succedendo nel nostro scenario politico.

Il calcio, almeno in Italia, può aiutare a spiegarsi alcuni fenomeni in modo migliore che non la lettura di alti trattati sociologici, perché è l’espressione di quanto più recondito ci sia nella mentalità della nostra nazione. Una nazione ormai nel pallone.

Per questo amo il calcio, perché mi aiuta a ragionare sulla mentalità della massa. E i mondiali sono certamente l’apogeo per questo tipo di attività.

Detto ciò, la sconfitta della nazionale italiana. Che era prevedibile ed annunciata e che però ha lasciato sgomenti milioni di persone, che ora scaricano la loro rabbia sul solito capro espiatorio: il povero Marcello Lippi, che pure quattro anni fa esaltavano come un eroe al pari di Muzio Scevola o del vituperato Garibaldi. (Pur difendendo Lippi, non sto certo sostenendo che sia un valido allenatore e che le sue scelte siano state tutte azzeccate. Penso l’esatto contrario).

Le ragioni di una figuraccia – è proprio il caso di dirlo – mondiale sono da ascrivere più che altro al nostro sistema-calcio. Anzi, perdonatemi se cado nella tipica faziosità del milanista (anche io ho la mia squadra prediletta a cui perdono tutto…), al sistema-Inter.

Da alcuni anni a questa parte, i grandi club nazionali hanno adottato una strategia a breve termine, che però si rivelerà fallimentare sul lungo periodo: si investono enormi quantità di denaro per acquistare e mantenere grandi campioni di nazioni lontane, trascurando così la formazione di nuove leve a livello locale (in questo, l’Inter è emblematica). Non si punta più sui vivai, non si pensa più al futuro. C’è solamente più l’Udinese che pone in essere una strategia mirata alla formazione di campioni italiani: e non a caso nella nostra nazionale c’era una forte presenza di giocatori di questa squadra, che pure non ha avuto una stagione brillantissima.

Il calcio italiano rischia di diventare un cimitero di elefanti (Beckham il primo…). E non c’è da stupirsi se l’Italia, ma anche la Francia stanno abdicando al loro ruolo di potenze calcistiche. Il “tutto e subito” è una strategia che non paga.

Allo stesso modo, uno Stato che non investe sulla formazione e sulla ricerca, sulle giovani generazioni è destinato al fallimento. E ancora una volta il calcio è metafora della vita reale…

Viva l’Italia (non la nazionale…),

                                                               Gianluca Olivero




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ECONOMIA
28 aprile 2010
LA GRECIA NON FALLIRA'
      

La questione greca si sta sempre più caratterizzando come il punto cruciale della storia economica contemporanea: da una parte un baratro che rischia di far scivolare in sé tutta l’economia europea e, di conseguenza, quella mondiale; dall’altra un piccolo sentiero impervio e in salita, che però conduce ad una radura fiorita. Sapranno gli uomini forti che tengono in mano le redini dell’economia e della finanza svoltare nella direzione giusta?

Svoltare, certo, perché una svolta non è solo auspicabile, ma, in questa situazione, incombente e necessaria. Si tratta, appunto, di svoltare nella direzione esatta: non chiudersi in un irragionevole protezionismo, ma neanche lasciarsi prendere da un furore troppo liberista. È necessario, invece, stabilire poche ma chiare regole che ostacolino una speculazione senza limite e senza etica e che rendano i complessi meccanismi finanziari globali più trasparenti e più alla portata dei piccoli investitori, che si ritrovano a navigare a vista in un mare di squali. Soprattutto, è necessario rendere la finanza maggiormente indipendente dalla carta e più fondata sulla terra, sul lavoro, sulla produzione, sull’economia reale.

Ma non voglio fornire ricette miracolistiche per uscire da questa crisi. A ciò penseranno studiosi, economisti, politici, uomini di governo che hanno sicuramente più carte e più competenze di un povero studente di Liceo scientifico come me.

Non voglio né ho l’arroganza di farlo. Intendo, invece, cercare di tranquillizzare coloro che hanno investito i risparmi di una vita sperando nella ripresa e che, oggi, vivono in un momento di panico. Perché la paura è cattiva consigliera e può portare a compiere azioni scellerate e, queste sì, veramente dannose per i propri risparmi, piccoli o grandi.

In questi giorni i titoli greci sono crollati sotto una pioggia di notizie, illazioni, congetture che hanno creato una situazione di tensione e di sfiducia: voci di default immediato, proposte di tagliare del 25% il debito pubblico del Paese facendo pagare una gestione scellerata ai creditori, abbassamenti di rating da parte delle più quotate agenzie, tassi che crescono a dismisura evidenziando il pericolo d’insolvenza della Grecia…

La situazione è drammatica? Certo, non lo si può negare. È drammatica, ma non senza via d’uscita.

Nel 1992 l’Italia fu colpita da una crisi che, sotto certi aspetti, può ricordare quella greca, soprattutto perché i titoli di Stato iniziarono ad avere tassi esorbitanti – robe intorno al 11-12% all’anno. La situazione venne risolta con un’azione incisiva da parte del Presidente del Consiglio Giuliano Amato, che portò ad una forte svalutazione della lira ma che almeno salvò il Paese dal fallimento.

Oggi un’operazione del genere non sarebbe più possibile, in quanto la Grecia non può più avvalersi di una moneta nazionale, ma è entrata a far parte a tutti gli effetti dell’Eurozona. E non esiste la possibilità di svalutare l’euro.

D’altro canto, però, proprio appartenendo all’Eurozona, la Grecia ha un’economia strettamente legata con quelle degli altri Paesi europei che utilizzano l’euro come valuta corrente. Un eventuale default, o fallimento che dir si voglia, dell’economia greca intaccherebbe fortemente anche quei Paesi: si è potuto notare una piccola avvisaglia di ciò con il declassamento del rating – punteggio che indica la stabilità e la solvibilità di un titolo emesso da un determinato ente – anche del Portogallo. Certamente, i primi Paesi ad essere colpiti sarebbero quelli che presentano una grande fragilità economica: Portogallo, appunto, ma anche Spagna, Slovenia, Austria, Cipro, Irlanda. E, in secondo luogo, il Regno Unito, l’Italia, la Francia. E la stessa Germania, che sembra così restia ad aiutare e a finanziare.

Con un crollo dell’economia europea, si determinerebbe un’enorme flessione anche in America, in Asia, nel mondo. Sarebbe la fine del capitalismo e dell’era globalizzata.

Tutto questo scenario catastrofico per sottolineare il fatto che è nell’interesse di tutti cercare di “spegnere l’incendio che ha colpito la casa del vicino”- come ricordato dal MEF Giulio Tremonti.

La Grecia, pur essendo vicina all’orlo del baratro, pur essendosi già sbilanciata ed essendo precipitata di qualche metro in quel baratro, troverà una mano che la soccorrerà. Che la trascinerà su un elicottero, la rimetterà in sesto e poi chiederà conto.

                                                                                      Gianluca Olivero


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POLITICA
25 aprile 2010
MIO NONNO ERA UN PARTIGIANO!!!
                           

Quando le pagine del calendario incominciavano ad avvicinarsi sempre più velocemente al 25 aprile, gli occhi verdi di mio nonno iniziavano a diventare lucidi; di tanto in tanto una lacrima percorreva i solchi scavati dal tempo sul suo viso fino a giungere a quelle labbra da cui pendeva la mia curiosità di bambino.

E, con un lieve sorriso, iniziava a raccontare storie di un’altra epoca, così remote da sembrarmi una favola, frutto della sua infinita fantasia.

Raccontava storie di eroi, di armi e di amori. Ma anche di guerra, di odio e di violenza, di oppressione e di ingiustizia. Vicende che avevano come protagonisti uomini e donne comuni, che il destino o, se preferite, il caso aveva catapultato nella Storia, in un momento certamente non felice, ma che loro erano determinati ad archiviare. Per costruire qualcosa di migliore per i loro figli.

Chiudeva gli occhi, si accomodava sulla poltrona e, accarezzandomi, iniziava a raccontare. La sua giovinezza, quando era diventato Partigiano della Resistenza.

Suo padre, Giuseppe Allasia, era il proprietario ed il gestore di una piccola locanda che, da alcuni mesi, dava ospitalità nelle stalle ad un piccolo gruppo di partigiani. Le voci, però, erano circolate e le Brigate Nere avevano iniziato a tenerlo d’occhio.

La sua vita di onesto lavoratore andava avanti nell’ansia, fino a quando la temuta notizia arrivò: una convocazione per il giorno successivo nella Caserma “Muti” di Savigliano (CN), sede locale di quelle Brigate repubblichine che spadroneggiavano nel cuneese. Giuseppe Allasia, mio bisnonno, era già anziano e malato: un “colloquio” con i brigatisti non avrebbe di certo giovato alla sua salute.

Come nelle famiglie di nobili origini, fra le famiglie contadine delle nostre pianure era diffusa l’abitudine di chiamare il primogenito maschio con lo stesso nome del padre. Ed è così che mio nonno aveva la fortuna – o la sventura?- di chiamarsi Giuseppe.

In uno dei suoi slanci di altruismo e di voglia di fare, si vestì di tutto punto con l’abito delle grandi occasioni e si presentò, puntuale come un orologio, nella caserma di Savigliano: avevano convocato Giuseppe Allasia; lui era Giuseppe Allasia.

Lo fecero entrare e, prima del colloquio, lo fecero accomodare in un piccolo e umido sgabuzzino con minuscole finestrelle a sbarre.

Attese un paio d’ore, guardando i graffiti sui muri di quelle persone che avevano trovato ospitalità in quel luogo dannato prima di lui, che avevano cercato di non perdere la cognizione del tempo. Scritte disperate di persone che chissà quale fine avevano fatto.

A questo punto, il racconto iniziava a farsi confuso. Alcuni militari – alcuni delinquenti in divisa militare – erano entrati nella cella e lo avevano trascinato nel cortile, dove l’aria fresca avrebbe reso più piacevole la conversazione.

Lo avevano fatto accomodare su un asse di legno o su una pietra – non ricordo più molto bene – e avevano iniziato a bastonarlo, chiedendogli ripetutamente ed insistentemente di rivelare i nomi e i nascondigli di quei partigiani che si rifugiavano a Monasterolo (il paesino in cui vivo).

L’orgoglio di mio nonno era stato più tenace del dolore fisico e quei nomi non erano usciti dalle sue labbra.

Svenne più volte durante quel colloquio e venne più volte soccorso da una donna, di cui non ha mai saputo il nome, che lo rianimava rinfrescandolo con un’acqua mai così tanto gradita.

Quando i brigatisti si rassegnarono e lo liberarono, mio nonno fuggì in montagna, nelle splendide e inespugnabili valli della nostra provincia. Entrò in stretto contatto con gli ambienti partigiani che lottavano per liberare l’Italia dall’invasione straniera e, animato da quell’amore platonico per la libertà che gli ho sempre invidiato, iniziò a militare fra le loro fila, nome di battaglia “Pantò”.
Iniziò un periodo difficile, di cui non parlava mai molto volentieri. Ma i grandi ideali che lo animavano, primo fra tutti il desiderio di difendere la terra che era stata dei suoi genitori e dei suoi nonni, e la sua grande tenacia lo sostennero e lo stimolarono a non mollare. Sempre con il sorriso sulle labbra, sempre pronto a scherzare e a prendersi gioco dei suoi compagni e dei suoi superiori.

Quando arrivò il 25 aprile, lacrime di gioia bagnarono i suoi occhi verdi. La fine di un incubo.

Fra cortei festanti e gioiose parate militari, mio nonno riuscì a chiedere la mano a mia nonna, suo unico grande amore, e ad iniziare una vita felice in quell’Italia che anche lui aveva contribuito a fondare e costruire, come partigiano e, poi, come attivista repubblicano per la campagna del primo referendum a suffragio universale. Come Italiano.

Ora, le pagine del calendario si stanno avvicinando sempre più velocemente al 25 aprile. E i racconti di mio nonno sembrano sempre più lontani, eppure sempre così vivi nella mia memoria.

Mio nonno era un Partigiano.

Viva l’Italia libera,

                                                                                                      Gianluca Olivero


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POLITICA
22 aprile 2010
Costruire con Gianfranco Fini l'alternativa Gollista e Liberaldemocratica per l'Italia
                                                   dell'amico LUCA BAGATIN

                                                     
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Da oltre un anno Gianfranco Fini si sta muovendo per l'alternativa.
L'alternativa a che cosa ?
Ad una maggioranza di governo capitanata - "ad interim" - da un Silvio Berlusconi che, checchè ne dica, è al traino di una Lega Nord conservatrice e statalista.
Un Silvio Berlusconi neo-filo-sovietico amico di Putin e di Gheddafi in chiave anti-occidentale.
Un Silvio Berlusconi che ha selezionato la sua classe dirigente sulla base più del "sex appeal" che delle reali competenze politiche.
Un Silvio Berlusconi che, da troppo tempo, ha dimostrato di non voler fare alcuna riforma liberale e garantista del mondo del lavoro e della giustizia.
Gianfranco Fini è passato dunque al contrattacco fondando prima un "think-tank", Fare Futuro, ed oggi una corrente interna al PdL.
Ovviamente ci aspettiamo molto, ma molto di più.
Il PdL non è un partito, ma un "comitato d'affari" al pari del suo omologo Pd. Non ha un'ossatura ideale né tantomeno un progetto politico di ampio respiro.
Gianfranco Fini, è vero, proviene dalle file del principale partito della destra italiana. Un partito, il Msi prima e An poi, che certo non ha mai avuto nulla a che spartire con la destra liberale europea.
Purtuttavia, poiché solo i cretini non cambiano mai idea, Fini ha dimostrato di essersi evoluto sia ideologicamente che politicamente.
A differenza dei cattocomunisti, ha abiurato in toto al suo passato postfascista e ha contribuito - già con An - a dare un'impronta gollista al suo partito. Il che, infatti, gli è costata la scissione dei fascisti della destra sociale di Storace e della Santanchè.
Oggi Gianfranco Fini ed i suoi fedelissimi mirano alla costruzione di un partito moderno, laico, gollista e di destra liberale. Che guarda a Sarkozy, a Cameron e persino ai Liberaldemocratici inglesi.
In questo senso, infatti, sarebbe utile una spaccatura costruttiva del PdL, come sostengo da tempo, per la costruzione di un'alternativa liberal-moderata alla conservazione esistente.
Un'alternativa capace di attrarre non solo i voti di quanti non si riconoscono nell'attuale leadership berlusconiana, ma anche di coloro i quali non vanno più a votare o sono delusi dall'attuale centrosinistra.
In questo senso, Fini, potrebbe costruire un suo movimento politico che da subito potrebbe attrarre - approssimativamente - il 10% dell'elettorato. E partire con la costruzione di una nuova coalizione di centro-destra (con il trattino !) in alternativa alla Lega ed a Berlusconi, ma anche, certamente, all'ormai marginalissimo Pd.
Una coalizione che potrebbe contare sul sostegno dell'Udc di Casini e dell'Api di Rutelli e Tabacci, alla quale si sono già aggregati anche i liberali di Zanone.
E a noi laici, repubblicani del PRI, liberali del PLI e - se lo volessero - anche i Radicali, non rimarrebbe che costituire un rassemblement denominabile, preferibilmente, "Unione Liberaldemocratica" a sostegno dello stesso Gianfranco Fini.
Forse corro troppo con la fantasia, ma ritengo che una coalizione a quattro (Movimento di Fini, Udc, Api, Laici-Libdem) di tal fatta potrebbe certamente scompaginare i giochi e puntare a rappresentare quasi un terzo dell'elettorato.
Coalizione unita su pochi ma condivisi punti programmatici: politica estera filo-occidentale senza tentennamenti o connivenze con dittature o presunte tali; politica di integrazione dell'immigrazione con il riconoscimento dei diritti di cittadinanza, ma anche di rigore nei confronti dei clandestini; politica economica di sostegno alle piccole e medie imprese che miri alla detassazione dei redditi ed all'erogazione di congrui ammortizzatori sociali; riforma della giustizia che punti alla separazione delle carriere dei magistrati ed alla responsabilità civile del giudice ed alla spoliticizzazione del CSM; abolizione delle Province, dei consorzi, delle comunità montane ed accorpamento dei piccoli comuni.
Con Gianfranco Fini leader ed una sinergia fra moderati, laici e liberali, tutto ciò, forse, sarà possibile. Diversamente, la stagnazione regnerà sovrana.

Luca Bagatin
 
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POLITICA
1 aprile 2010
Una riflessione sulle elezioni regionali...
        

L’Italia è sempre stata il Paese delle fazioni, un Paese dove la logica bipolare ha sempre raggiunto l’estremo fino a degenerare in situazioni radicali e, in alcuni casi, paradossali. Salvo poi

accorgersi della pericolosità degli effetti che queste situazioni potevano causare.

L’Italia è stato il Paese della lotta fra ottimati e popolari, fra guelfi e ghibellini, fra monarchici e repubblicani, fra comunisti e democristiani, fra interisti e juventini, fra nordisti e sudisti. E gl’Italiani non hanno ancora dimenticato questa logica così estremamente competitiva, divisoria, che impedisce di ragionare liberi da pregiudizi di sorta.

È comodo semplificare a tal punto la propria esistenza da poter distinguere solamente il bianco ed il nero, che, scientificamente ed artisticamente parlando, non sono nemmeno colori. E, infatti, ogni uomo ha sempre cercato di organizzare le proprie conoscenze e le proprie esperienze secondo criteri bipolari: giusto o sbagliato, bello o brutto, buono o cattivo, etc. Già per i Pitagorici il mondo era retto proprio grazie alla contrapposizione binaria di elementi opposti, finito o infinito, pari o dispari. E la tecnologia moderna, il computer si reggono tutti su un principio binario: chiuso o aperto, on o off.

Il problema è che una visione del genere non tiene per nulla conto delle circostanze, del contesto, dell’ambiente in cui un evento ha luogo. Ed è quindi una visione miope della realtà.

Mi scuso se ho divagato in questioni filosofico-esistenziali per effettuare un’analisi sui risultati di queste elezioni regionali e sugli avvenimenti che li hanno influenzati, ma credo che questo eccesso di bipolarismo nelle menti e nei comportamenti degl’Italiani sia l’elemento fondamentale di questa tornata elettorale e la causa di quella grande disaffezione che è emersa dal forte astensionismo.

Dicevamo, l’Italia è un Paese profondamente diviso, nonostante a breve si celebrino i centocinquant’anni della sua Unità. Diviso sia socialmente ed economicamente, con fratture accentuate ancor più dalla recente crisi economica, sia soprattutto politicamente.

Le divisioni politiche, però, - ed è questa l’anomalia tutta italiana- non nascono da divergenze di opinioni, bensì dalla stima o dall’odio nei confronti di un uomo carismatico, che è riuscito a far ruotare attorno alla sua persona tutto il panorama politico nazionale. Così, queste elezioni che dovevano essere di ambito regionale, che dovevano riguardare quella sfera amministrativa che interessa da vicino ed in prima persona i cittadini, si sono trasformate in un referendum sull’operato di quell’uomo carismatico, perdendo di vista i veri obiettivi su cui bisognava concentrarsi per concedere il proprio voto.

Ed il voto è stato quasi svenduto per la propria appartenenza a questa o a quella bottega, a questa o a quella fazione, a seconda dei propri sentimenti viscerali nei confronti di Berlusconi e del suo governo. Poco hanno importato i programmi, le proposte, le idee, le aspirazioni.

Poi, a fianco di questi sentimenti da stadio, di questa tifoseria senza se e senza ma, è andata affermandosi la disaffezione. Lo sconforto, il senso d’impotenza.

Quello sconforto di chi non vede in nessun candidato un rappresentante serio delle proprie idee, quella disaffezione di chi sa che non potrà far contare in nessun modo la sua opinione, quel senso d’impotenza di chi si è reso conto che la nostra democrazia è in realtà governata dai mal di pancia delle masse e non dalla ragione e dal pensiero di chi sa ragionare e pensare.

Il vero vincitore di queste elezioni è stato proprio, checché se ne dica, l’astensionismo. E ciò è segno che qualcosa non va, sia nel modo di organizzare la politica, sia soprattutto nel modo di vederla e di sentirla. Quando i cittadini non si sentono rappresentati da una classe politica e da i mille artifici plebiscitari che la tengono in piedi è segno che quella classe politica e quei mille artifici devono essere cambiati. Non che quella classe politica e quei mille artifici devono cambiare i cittadini.

Viva l’Italia,

                                                                                  Gianluca Olivero

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POLITICA
4 marzo 2010
La corruzione è aumentata all'indomani della falsa rivoluzione di Tangentopoli. Come previsto.
 

La corruzione è aumentata all'indomani della falsa rivoluzione di Tangentopoli. Come previsto.

                                                  by Luca Bagatin

www.lucabagatin.ilcannocchiale.it 



La corruzione è aumentata.
Abbiamo scoperto l'acqua calda.
In realtà non è mai diminuita, come invece certi media averebbero voluto farci credere all'indomani della falsa rivoluzione di Tangentopoli.
Ieri, i partiti - tutti i partiti - in realazione al loro peso elettorale ed alla loro penetrazione nelle amministrazioni locali, "estorcevano" tangenti.
Nei sistemi più vari e a tutti noti. Noti allora come oggi. Anzi, più di oggi: sia alla magistratura, sia agli imprenditori dell'epoca.
Fu un sistema costruito all'indomani della ricostruzione postbellica, nel 1946, e possibile solo in un Paese ad economia dirigista ed anti-liberale come il nostro.
Un Paese che mise in piedi le Partecipazioni Statali, una tv di Stato con ben tre reti televisive, un apparato sindacatocratico e burocratico pesantissimo e che permeava tutta la società italiana.
La corruzione nacque così, per volontà in particolare dei due partiti più forti: Dc e Pci. L'uno finanziato dagli USA, dal sistema delle Partecipazioni Statali e dal sottogoverno; l'altro dalla dittatura sovietica, dal sottogoverno locale e dalle cooperative rosse.
Il sistema radiotelevisivo, poi, fu letteralmente "lottizzato", come si diceva allora: un pezzo alla Dc, uno al Psi e l'altro al Pci.
L'egemonia culturale, editorale e cinematografica - come voleva Gramsci, del resto - fu occupata poi dal Partito Comunista Italiano, con il beneplacito della Dc.
E gran parte dei magistrati che si formarono negli anni '70, provenivano dalle file dello stesso Pci.
I partiti laici più piccoli, Psi in testa - certo - si industriarono a loro volta e a loro volta si insinuarono in quel sistema "corrotto".
Corrotto quanto si vuole, ma che riuscì a garantire la democrazia nel nostro Paese, una certa stabilità economica (persino un boom economico negli anni '50 e '60) e via via l'abbattimento dell'inflazione e il riconoscimento del Made in Italy nel mondo.
Un sistema abbattuto da inchieste a senso unico: molte delle quali finite in assoluzione (sono recenti le assoluzioni con formula piena dell'allora democristiano Calogero Mannino e del compianto Segretario socialdemocratico Antonio Cariglia).
Abbattuti così i partiti democratici: Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli; modificata la legge elettorale in senso maggioritario (andando contro la Costituziuone che prevede tutt'ora un sistema unicamente proporzionale con preferenze); abolita l'immunità parlamentare (anche qui, andando contro la Costituzione), ecco morta la democrazia in Italia.
L'Armata Brancaleone messa a punto da Achille Occhetto - sicura di vincere le elezioni del 1994 - si trovò invece sbaragliata da Silvio Berlusconi - un imprenditore capace ma estraneo alla Storia ed alla cultura politica italiana - che legittimerà l'avvento dei postfascisti (solo di recente ripuliti da Gianfranco Fini) e dei leghisti di Bossi.
Da un sedicennio viviamo l'alternarsi governativo di berluscones, leghisti, giustizialisti e cattocomunisti riuniti in calderoni - non già più partiti - che sono dei veri e propri comitati d'affari senza peraltro alcuna "magistratura interna" come invece prevedevano gli statuti dei vecchi partiti della Prima Repubblica.
Ecco dunque la penatrazione, a livello nazionale e locale, di personalità dalla dubbia moralità - senza storia né cultura politica - a destra come a sinistra. Con l'unico interesse di arraffare e lucrare: a livello locale, forse ancor più che a livello nazionale.
Il tutto reso possibile dal fatto che non esiste più alcuna mediazione dei partiti (visto che non esistono più) o dei leader, che nei fatti sono investiti del loro ruolo unicamente "a furor di popolo" e non più dalla democrazia interna dei partiti.
Lo stesso sistema delle Primarie non è che una bufala che non fa che slegare i leader eletti (a "furor di popolo") dalla democrazia interna del partito. Un sistema che rende dunque questi leader ricattabili da qualsiasi lobby economica del territorio capace di garantir loro l'elezione (un po' come il "televoto" dei reality ottenuto per mezzo del pagamento dei call-center).
Nel 1993, paradossalmente, chi smascherò quel sistema di corruzione, fu Bettino Craxi (ma già negli anni '70 lo andavano denunciando i Radicali di Marco Pannella). E fu egli stesso che propose una riforma radicale che mettesse a nudo "chi finanziava chi", sul modello della democrazia americana. Lo proponevano anche i Repubblicani di La Malfa ed i Liberali di Altissimo.
Non se ne fece nulla. Nelle file cattocomuniste si preferì utilizzare l'arma giudiziaria.
E ci si ritrova oggi in una situazione peggiore, che solo un ritorno all'etica pubblica ed alla democrazia dei partiti potrebbe sanare.
Dubito ciò sarà purtittavia possibile in tempi brevi e con gli attuali leader politici. Nazionali e locali.


Luca Bagatin





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POLITICA
3 marzo 2010
In Italia c'è una dittatura...
          

Ancora una volta ha vinto, o sta per vincere, quell’Italia malata che antepone le regole al buonsenso o, meglio, che deve rispondere a regole prive di buonsenso. L’Italia dei mille uffici, dei mille cavilli, dei mille documenti, delle mille autorizzazioni, delle mille deleghe.

Una lista che era data dai sondaggi attorno al quaranta per cento dei suffragi verrà esclusa dalla competizione elettorale per refusi nella consegna di quei documenti che servono per presentare la lista stessa all’ufficio elettorale. Stessa cosa sembra star accadendo in Lombardia con il listino del candidato a governatore Roberto Formigoni. E stessa cosa è accaduta in diverse altre regioni per diverse altre liste e listini.

Non voglio soffermarmi tanto sull’incompetenza di coloro che, chiamati ad una responsabilità importante come può essere quella di avere fra le mani il destino di una lista maggioritaria, disattendono al loro compito in modo così infantile, perché sarebbe come sparare sulla croce rossa. Non intendo commentare gli appunti dei soliti complottisti che vedono nella bagarre una trama di questo o quel leader della maggioranza così come dell’opposizione.

L’aspetto che, secondo me, è degno di venir approfondito è l’immensità, la cavillosità, la licenziosità dei regolamenti che stabiliscono le norme per esercitare il diritto fondamentale di uno Stato democratico rappresentativo: il voto.

Presentazione di liste, raccolte di firme, preferenze, collegi, premi di maggioranza e premi d’opposizione, ripescaggi, ripartizioni di seggi, certificati elettorali, certificatori e certificanti e certificatari, scrutatori… Come tutte le cose importanti, il voto viene circondato di inezie che ne riducono l’importanza e che spingono molti cittadini e rinunciarvi.

E grazie a tutto ciò, nel 2010, alcune migliaia di cittadini non saranno messi nella condizione di poter votare il loro partito, il loro candidato.

Un regime totalitario non è solo quell’organizzazione che prevede un singolo o un gruppo di pochi detentore di tutti i poteri, ma anche quel sistema che non concede la libertà a tutti di esprimere le proprie idee, le proprie opinioni, le proprie convinzioni serenamente.

In Italia molte persone non potranno farlo. E infatti, in Italia, c’è una dittatura: non la dittatura del Diavolo Berlusconi, come piace latrare a molti, ma una dittatura più subdola, più meschina, più strisciante. La dittatura della burocrazia.

Quella burocrazia che ferma l’economia, decapita la libera iniziativa e distrugge la forma di governo per cui i nostri padri, i nostri nonni hanno lottato: la democrazia. Per cui non vado pazzo, ma alla quale non vedo alternativa.

Viva l’Italia,

Gianluca Olivero

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POLITICA
10 febbraio 2010
Aborto ed eutanasia
                                        

In questi ultimi tempi stanno tornando in auge due grandi tematiche che, a ciclo continuo, si propongono e si ripropongono al grande pubblico dei mass media: l’aborto e l’eutanasia. Due tematiche scottanti che lasciano spazio a personalissime opinioni, in quanto riguardano quella sfera privata per la quale ognuno prova personalissime emozioni. Perché, parlando di questi argomenti, non è possibile effettuare analisi lucide ed argomentare secondo ragione, ma inevitabilmente il nostro pensiero sarà condizionato da sentimenti e sensazioni legati al nostro vissuto.

            Ed allora è facile che la discussione si trasformi in una grande cagnara, dove ognuno digrigna i denti e sostiene a spada tratta la propria tesi, convinto della sua sacralità. Senza ascoltare, senza pensare. Senza confrontarsi. Assumendo un atteggiamento dogmatico proprio delle religioni (Attenzione: anche certo laicismo è una religione, anche certo ateismo è una religione. La religione di chi odia la religione).

            Devo dire che su queste tematiche sono sempre stato molto combattuto, non sono mai riuscito a trovare una verità assoluta per cui digrignare i denti. E, dopo ore ed ore di meditazione e di discussione con gli amici ed in famiglia, sono riuscito a maturare un’unica convinzione: poiché non è possibile essere sicuri della bontà delle proprie opinioni, bisogna lasciare a ciascuno la possibilità di scegliere come comportarsi. Valutando caso per caso, appellandosi ai sentimenti e alla ragione di ognuno.

            Iniziamo a ragionare sull’aborto, partendo dal presupposto che ogni aborto è sempre una tragedia. Non tanto per il feto che non ha ancora quelle capacità cognitive che gli permettono di rendersi conto di star vivendo, quanto piuttosto per la madre e per il padre. Che si tormenteranno sempre, per tutta la vita, sulla bontà della loro scelta.

            Non esistono sostenitori dell’aborto. Eppure ci sono dei casi in cui l’aborto diventa una possibilità: basti pensare alle vittime di stupri o quando il feto (non ancora il bambino…) presenta delle malformazioni che possono compromettere le sue funzioni vitali. O quando i genitori non sono in grado di garantire al figlio una vita degna di essere vissuta.

            Bene, in questi casi l’aborto diventa una possibilità. E al genitore deve spettare la possibilità di decidere, assumendosi poi le responsabilità di tale scelta.

            Personalmente, non so se avrei mai il coraggio di interrompere una vita, anche se non ancora cominciata. Forse sì, ma mi auguro di non dovermi mai trovare ad effettuare una scelta del genere.

            Detto ciò, però, ho il coraggio di definirmi un sostenitore di quella legge che regolamenta l’aborto: innanzitutto perché elimina alla radice quell’orrore che è l’aborto clandestino e perché stabilisce un’assistenza, anche psicologica, per coloro che effettuano questa difficile scelta. Poi perché, in linea col mio pensiero libertario, si allontana da ogni moralismo di Stato e lascia ad ognuno la possibilità di decidere in base alla propria morale.

            Stessa cosa per quanto riguarda l’eutanasia: io sono un fiero sostenitore della libertà di decisione. Sono convinto che la vita ci appartenga e che noi abbiamo il diritto di disporne come più ci aggrada.

            Non credo che vorrei continuare ad essere tenuto in vita qualora, privo di ogni capacità vitale, mi trovassi attaccato a centinaia di macchine, bloccato in un letto e dipendente da sostanze chimiche che non curano, ma che alleviano solamente il dolore. La vita non sarebbe più Vita.

            Ma, comunque, è solo una mia opinione. Legittima. Come lodevole e legittima è la volontà di chi preferisce lottare, aggrappandosi con le unghie a quel barlume di speranza che ancora può esserci in una situazione simile.

            Aborto ed eutanasia sono due facce della stessa medaglia: è troppo difficile avere una verità fissa su di loro, perché ognuno ha una sua verità. Ognuno ha un suo pensiero, ognuno può prendere la propria decisione, valutate le varie possibilità e le condizioni. A patto, però, che sia data a tutti la possibilità di decidere.

Viva l’Italia,

                                                                       Gianluca Olivero




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POLITICA
1 febbraio 2010
Bettino ed io
  

Il 19 gennaio 2000 avevo solo sette anni, non m’interessavo di politica, non aprivo i giornali se non quando li utilizzavo per non sporcare la scrivania mentre dipingevo con le tempere. Frequentavo da qualche mese la seconda elementare e da qualche mese era nata Aurora, la mia seconda sorellina.

La mia massima preoccupazione era il non riuscire ad imparare la tabellina dell’otto. O il dover giocare una partita a basket, cosa che ancora adesso non riesco a fare.

Guardavo la televisione molto di rado, preferivo riempire pagine e pagine di quaderni con disegni senza senso o con storielle divertenti. Ero affascinato dall’universo, dalle astronavi e dai pianeti.

Non ricordo esattamente come avevo trascorso la giornata, quel 19 gennaio. Ma ricordo il telegiornale di quella sera, che in via del tutto eccezionale mio padre aveva acceso mentre mangiavamo cena, una minestrina di verdura e qualche fetta di prosciutto.

Riesco ancora a rivedere nella mente le immagini di repertorio di un servizio: c’era un uomo robusto con due occhiali enormi ed un’ottima cravatta rossa che parlava dai banchi del governo ad una camera del Parlamento mezza vuota. Si dava notizia della sua morte.

Mi dispiacque subito. Il suo viso mi aveva trasmesso una simpatia istantanea.

Il giorno dopo, a scuola, forse per perdere tempo durante la lezione di matematica, chiesi alla maestra chi mai fosse stato Bettino “Crapsi” (lo pronunciavo così…) e che cosa avesse fatto di così importante per venire trasmesso in televisione. Quella simpatica signora, oggi già in pensione, che tanto mi ha insegnato e che tanto mi ha fatto patire, rispose:”Era un ladro, Gianluca. Un ladro che è scappato in Tunisia per non venire arrestato”. Ci rimasi un po’ male, ma me ne dimenticai presto.

Il 2001 è stato l’anno della mia scoperta della politica. Ricordo la campagna elettorale per le elezioni del Parlamento. E ricordo l’affascinante figura di quell’uomo un po’ pelato e non molto alto che aveva avuto la brillante idea di firmare un contratto d’impegno con gl’Italiani. Amai subito Berlusconi, ero colpito dal suo eloquio, dal suo sorriso perenne, da quell’ottimismo che sapeva sprizzare da tutti i pori. Poi, perdio, era il presidente del Milan!

Ed iniziai ad informarmi su quello che accadeva nelle alte sfere dello Stato. Ricordo il primo comizio a cui ho preso parte e ricordo quando, il giorno stesso in cui compii quattordici anni, mi feci portare nella sede provinciale di Alleanza nazionale per prendere la mia prima tessera di partito. Allora ero ben lontano dal definirmi socialista, a Bettino “Crapsi” preferivo Almirante e Tatarella.

Un pomeriggio, però, mentre discutevo sulla storia tutta italiana del MSI con mio zio Carlo, l’uomo che mi aveva avvicinato agli ambienti della Destra sociale, venne citato il concetto di “socialismo tricolore”. Concetto che m’incuriosì e che mi spinse ad effettuare alcune ricerche.

Il passo dal socialismo tricolore a Bettino Craxi fu breve. Specialmente perché le sue idee riformiste di promozione dei meriti e di soddisfazione dei bisogni per tutti ben si sposavano con il ruolo sociale che attribuivo allo Stato.

Fu così che venni conquistato, da piccolo “italianissimo” come amavo definirmi, dalla figura di Bettino. Lo riscoprii.

All’inizio m’incuriosiva solamente, io che sono sempre stato attratto dai “banditi” (nel senso etimologico dei tempi…), dagli untori, dalle streghe arse nei roghi, dalle vittime del furore della piazza. E mi commossi, lo confesso, quando mi fecero guardare un video sull’episodio dell’hotel Raphael, il famoso lancio delle monetine (quella folla che sventolava banconote da mille lire e cantava “Vuoi pure queste? Vuoi pure queste? Bettino, vuoi pure queeeeste?”…).

Intanto, ho iniziato a frequentare il Liceo scientifico più per volere dei miei genitori che per vera e propria vocazione. È iniziato il periodo delle prime storie d’amore finite male, delle serate al pub, delle notti in discoteca, degli investimenti in Borsa.

Ma la passione per la politica non mi ha abbandonato.

Ed è da alcuni anni che scrivo articoli per giornali politici e locali, intrattengo corrispondenze, partecipo a riunioni politiche. Ma soprattutto cerco di formarmi, di studiare, d’informarmi per avere una visione sempre più aperta e meno ideologica del mondo.

E così ho iniziato ad analizzare l’operato di Bettino come uomo politico, segretario, uomo di governo. E l’ho apprezzato.

Craxi ha saputo incarnare una ventata di cambiamento, di riforme, di volontà di fare. Di tentativo di liberare l’Italia dal giogo delle burocrazie e dei poteri forti per spingerla sempre più verso l’Europa e verso quella collocazione geopolitica che è nella sua natura di penisola: il Mediterraneo. Di lotta per la libertà degli oppressi. Di carattere e di orgoglio.

Ogni tanto, ancora oggi, mi chiedo quali traguardi avrebbe raggiunto l’Italia se non fosse scoppiato lo scandalo di Tangentopoli. Se una magistratura interessata non avesse falcidiato un’intera classe politica per spianare la strada ad alcuni personaggi demagogici e privi di scrupoli, da sempre schierati dalla parte dei poteri forti e delle grandi lobbies conservatrici. Se non si fosse aperta una stagione d’odio, populismo, processi pubblici portati a termine più in piazza che in tribunale.

Sì, perché gli strascichi di quell’epoca non ancora lontana influiscono fortemente sulla politica odierna. E, ad oggi, non si è ancora raggiunta quella lucidità storica adatta per effettuare un’analisi puntuale. Esistono ancora troppi pregiudizi, troppe idee precostituite, troppe opinioni non supportate da alcuna evidenza, troppi sospetti, troppe illazioni. E un velo d’ipocrisia ancora ricopre coloro che affrontano questo argomento. Un’ipocrisia più che mai viva nell’anniversario del 19 gennaio: continue riabilitazioni, continue lodi di comodo, continui ragionamenti vacui ed interessati da parte proprio di coloro che grazie a Mani Pulite hanno ottenuto considerevoli vantaggi.

***

Sto vivendo un periodo triste della nostra storia. Un momento in cui si sta perdendo la fiducia per tutto, non si hanno più certezze né prospettive. Un momento in cui lo scenario politico è profondamente confusionale, le masse si lasciano trascinare verso la “protesta senza proposta”.

Il clima d’odio non ha ancora abbandonato l’Italia, anzi viene continuamente rinvigorito da coloro che intendono cavalcare la sua onda lunga.

Sì, perché quell’odio che costrinse Bettino alla fuga è ancora vivo e si sta insinuando sotto varie forme nel pensare comune: dall’odio politico a quello religioso, dall’odio per il diverso all’odio per chi non ha i nostri stessi gusti.

Un odio che deve essere superato se si vuole costruire qualcosa di nuovo. Un odio che deve abbandonare la nostra storia, permettendo così una riflessione profonda ed accurata sulle tematiche più controverse. Un odio che venga incanalato solamente contro l’oppressione, l’ingiustizia, la discriminazione, il dogmatismo, i pregiudizi, gl’interessi particolari. E che lasci spazio alla ragione.

Ed intanto, aspettando questa inversione, spero nel futuro. E mi concentro sul passato, cercando di imparare dagli errori che, inevitabilmente, sono stati commessi, per fortuna, da altri.

Ed intanto, aspettando questa inversione, continuo a credere nei sublimi principi del socialismo liberale e a vedere in Bettino Craxi una figura da cui prendere esempio per il mio cammino politico.

“La mia libertà equivale alla mia vita”- B. Craxi

Gianluca Olivero

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POLITICA
14 dicembre 2009
Basta con l'odio, basta con la violenza!
 

Non ho mai risparmiato critiche al Presidente del Consiglio e al suo governo, critiche che però partivano da un assunto fondamentale: il rispetto. Critiche costruttive, come direbbe la mia prof di italiano, critiche gratuite dovute al mio spirito libero di amante della politica.

Così come ho criticato, ho anche sostenuto, quando venivano presi provvedimenti o quando venivano fatte dichiarazioni che corrispondono al mio personale e personalissimo pensiero.

Credo di potermi definire un osservatore obiettivo della politica italiana, fuori dai vari giochi di potere e, soprattutto, da quella passione ideologica che sembra essersi impossessata di molte persone, filogovernativi così come oppositori.

E da osservatore critico ed obiettivo non posso non rendermi conto e preoccuparmi per una situazione d’odio che si sta delineando in un Paese in cui l’essere contro viene visto come un merito, specialmente se si è contro l’untore, il mafioso, il maniaco sessuale, il drogato che fa Silvio di nome. Lo stesso Silvio che è stato votato a maggioranza dagl’Italiani, che gli hanno conferito un ben preciso incarico che ora vogliono vedere portato a termine.

In Italia si sta affermando un clima oppressivo, dettato dall’odio e dalla certezza di essere nel giusto, che spinge non solo a non sopportare visceralmente una persona, ma a considerarsi sprezzantemente superiori a migliaia e migliaia di altre persone, che sostengono e supportano quella persona stessa.

Il problema, a questo punto, non è tanto l’aggressione al Presidente del Consiglio dei Ministri di uno Stato che fa parte dell’Unione europea e che è membro di diritto del G8, quanto il contesto in cui si è verificata.

Il 5 dicembre, se non vado errando, si è tenuta una manifestazione di piazza che non criticava determinate opinioni, determinate posizioni, determinanti provvedimenti,no. Una manifestazione che, invece, era solo e spiccatamente contro una persona, che ha il cognome che inizia per B. Tant’è vero che lo slogan di tale trionfo di piazza era “No B Day”. E non credo che i manifestanti ce l’avessero con la seconda lettera dell’alfabeto…

Tralasciando i vari “Vaffa-day”, giungo a citare l’intervento di un politico nostrano che incita alla violenza contro una situazione che reputa di profonda ingiustizia, situazione che ha come soli responsabili il Silvio B di poco prima e i suoi pochi accoliti.

E proseguo con l’evidenziare la proposta di ricreare un nuovo Comitato di liberazione nazionale per salvare il suolo patrio dalla volgare e oppressiva presenza in politica di un uomo con tendenze autoritarie. Insomma, una sorta di coalizione che comprenda UDC, PD ed IDV…

            Dopo il gesto di quel tale in quel di Milano, su Facebook proliferavano gruppi che a lui inneggiavano, su blog commenti entusiasti: a morte il tiranno!!!

            Lascio ai miei trecento milioni di lettori il tirare le somme… con un piccolo commento sentenzioso: è facile cavalcare l’odio che si semina. Ma chi semina vento raccoglierà tempesta.

            In un momento come questo, non si può che abbandonare ogni divisione, ogni steccato che ci siamo costruiti intorno per esprimere la nostra solidarietà non solo alla persona di Silvio B, ma anche al nostro Presidente del Consiglio. Il Presidente di tutti, mio, vostro, di chi lo vota e di chi non lo vota, di chi lo ama e, anche, di chi lo odia.

             Guarisca presto, dottor Cavaliere!

            Chiudo con quella massima di Voltaire che ormai è stata usata e strausata, ma che non ha ancora perso il suo originario fascino e che, più che mai, risulta opportuna. “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa continuare a dirlo”.

            A maggior ragione, poi, se sono d’accordo con quello che dici e che fai…

            Viva l’Italia,

                                                                                  Gianluca Olivero

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POLITICA
1 dicembre 2009
Minareti? Nein
                

In Svizzera un referendum ha vietato la costruzione di nuovi minareti. Un risultato eclatante, inaspettato, che dà da pensare e che riflette un clima di avversione e di paura nei confronti di una religione che viene vista solamente come una minaccia.

Questo segnale non contribuisce ad alleggerire il clima che, giorno dopo giorno, si sta delineando con un rafforzamento costante di movimenti populisti e pressapochisti non solo in Europa, ma in tutto il mondo. Quale migliore strategia se non il cavalcare l’onda della crisi incarnando un moto di protesta anziché di proposta? Quale approccio più semplice ai mille problemi che ci affliggono se non la critica incondizionata, il distruggere anziché lo sforzarsi di costruire?

Animare e diffondere l’odio verso gl’immigrati, coloro che ci rubano il lavoro, stuprano le nostre ragazze, rapinano le nostre ville, è diventato facile come bere un bicchier di vino. Se ne tornino tutti al loro Paese, con le famiglie, i figli e i nipoti! Poco importa se ormai sono Italiani…

Da un lato, dunque, la spinta di arringatori di folle, dall’altra, e mi sembra doveroso dirlo, la mancanza di sicurezza, di certezza della pena, di sentimento di cittadinanza fanno da elementi comburenti per un incendio che sta per scoppiare. Anche nella civilissima, linda, ordinata Svizzera, la confederazione dell’orgoglio locale, del cosmopolitismo bancario e della precisione artigiana…

Torniamo però al referendum. Che subito è stato proposto anche in Italia e che ha fatto scalpore sia negli uffici dell’Unione europea sia nelle curiae vaticane.

Il punto su cui vorrei ragionare non è tanto l’esito in Svizzera o il possibile risultato nell’alta valle Po, quanto la natura stessa della consultazione. Che molti stanno elogiando per aver interpretato i voleri popolari, i vari maldistomaco della gente. In molti casi, ammettiamolo, legittimi.

Ma il bandolo di questa matassa così aggrovigliata da sembrare inestricabile è un altro: con questo referendum si è deciso di privare una fetta consistente di persone, di “popolo”, di un diritto fondamentale. Di una libertà primaria, la libertà di professare il proprio culto senza imposizioni e prevaricazioni.

Mi dispiace, ma in questo caso il tanto osannato principio di maggioranza che regge la tanto osannata democrazia non ha validità alcuna: non è possibile, per quanto la volontà sia del più ampio numero di persone, influire sui bisogni fondamentali, invadere e schiacciare le libertà personali ed irrinunciabili. Questo per rimanere nel teorico, rifacendosi a principii illuministi che hanno ispirato i padri costituenti di tutta Europa e di tutto l’Occidente.

Scendendo nel merito, ha fatto bene Fini a bollare l’esito come vittoria del fanatismo islamico. Costruire moschee pubbliche vuol dire, oltre a creare un clima di dialogo e di rispetto, poter effettuare maggiori controlli. Senza luoghi pubblici adibiti alle funzioni rituali, gli islamici saranno costretti a incontrarsi in altri posti. E credete che, riuniti negli scantinati di sobborghi malfamati delle nostre degradate città, discutano in Italiano su quanto è bella l’Italia e generosi gl’Italiani?

Con il proibizionismo, il “mostrare i muscoli” per non fare allusioni ad appendici considerate sconvenienti, non si riuscirà mai a muovere un passo verso una pacifica coesistenza basata sull’incontro piuttosto che sullo scontro.

In Italia, così come nella mia amata Svizzera.

Viva l’Italia,

                                                                                      Gianluca Olivero


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ECONOMIA
26 novembre 2009
"Finanza Caffè": per non affogare fra gli squali...
                                        www.finanzacaffe.wordpress.com  

Un altro blog sulla finanza. Un altro blog che discute, dà consigli, racconta storie su argomenti finanziari. Un blog come tanti altri, un blog che non ha scopi particolari se non quello di informare e formare. Un’opinione, una strategia.

Stiamo vivendo un periodo di crisi che non offre ancora veritieri spiragli di luce. Stiamo oltrepassando una crisi economica prima che esclusivamente finanziaria, una crisi che sta mettendo in crisi (perdonatemi il gioco di parole…) le nostre concezioni, le nostre certezze, le nostre sicurezze. Un uragano ha investito giganti che sembravano ben radicati nella roccia e che invece si sono rivelati meno stabili di enormi castelli di carte. Un uragano ha spazzato via decenni di storia finanziaria in pochi mesi, ha distrutto vite e patrimoni, ha messo in dubbio un sistema “inaffondabile”…

E, una volta passato il cataclisma, la conta dei danni. Poi, il tentativo di ricostruire qualcosa, partendo da una riflessione sugli errori commessi nel passato per programmare, progettare, immaginare un futuro migliore.

Nell’ultimo ventennio si è verificata una deriva dell’economia reale verso una finanza “irreale”, basata su fondi, fondi di fondi, futures, covered-warrants, ETF, ETC, commodities… Si è venuta a creare una finanza che è del tutto svincolata dall’economia, dal lavoro, dalla produzione. Una finanza che, insomma, vive in un mondo parallelo, senza alcun legame con la realtà ma che si alimenta di se stessa per se stessa con se stessa.

Le quotazioni dei titoli non dipendono più dagli utili, dalle promesse e dalle aspettative di gestione, dai dividendi, ma da chiacchiere, da movimenti speculativi, da turbative di mercato. Sì, perché, ad oggi, l’andamento borsistico è condizionato da un gruppo ristretto di persone, da coloro che amministrano grandi capitali e che possono influenzare l’informazione finanziaria, con buona pace del piccolo investitore che cerca di preservare il capitale per i figli…

La finanza deve tornare “a misura d’uomo”: in attesa di questo e per questo nasce “Finanza Caffè”. Un blog che si rivolge proprio alle persone che si sentono aliene alle grandi macchinazioni finanziarie e che però vogliono capirne di più, vogliono affrancarsi dallo strapotere bancario per iniziare a gestire i loro risparmi con una maggiore consapevolezza.

“Finanza Caffè”, un momento dedicato alla ruota che fa girare il mondo, il denaro, con una tazzina di caffè in mano. Comodamente seduti sulla poltrona del salotto. Mentre fuori squali e pesci si scannano per sfruttare le varie fluttuazioni di mercato.

                                                                             Gianluca Olivero




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POLITICA
19 novembre 2009
Vorrei tanto fare politica...
                                                      

Devo confessare che la situazione politica che si sta delineando da qualche mese mi preoccupa. La politica sembra diventata un teatrino dell’assurdo, un’eterna partita fra due squadre di calcio che i tifosi non guardano, troppo impegnati ad insultarsi e ad insultare.

Sono nati due grandi partiti, due contenitori di plastica al cui interno può starci di tutto e di più e che però sono vuoti di convincimenti e di volontà di cambiamento: tutto è cambiato dalla famosa tangentopoli, ma nulla sembra essere veramente cambiato.

Allora i due poli erano la DC ed il PCI, partiti spesso ambigui e, senza dubbio, interessati più al potere che non all’interesse comune, ora si chiamano PD e PDL. Con l’unica differenza che, mentre all’epoca gli uni potevano essere chiamati comunisti, gli altri democristiani, ora i piddini e i pidiellini non possono vantarsi di alcuna etichetta.

Democratici? Non sono forse un po’ tutti democratici i nostri politici, così strenui sostenitori di un ordinamento politico basato sull’affabulazione delle masse al fine di ottenerne il voto? Voto che oggi viene privato di ogni significato, con l’abolizione delle preferenze: sono le segreterie di partito, non gli elettori a scegliere chi ci rappresenterà…

Liberali? Come si può definire liberale Giulio Tremonti?

Moderati? Non sosterrebbero una dialettica basata sul volgare insulto.

Garantisti? Solo a senso unico…

Credo di aver reso bene l’idea. A destra ora ci sono i socialisti, i liberali, i rivoluzionari leghisti. A sinistra i legalitari e reazionari dipietristi, i clericali ex-popolari, i conservatori neocomunisti…

E poi, il centro. Quelle enormi lande inesplorate che, già dai temi del Direttorio, significavano ambiguità, trasformismo, calderoni e calderoli… Il regno dell’indefinito, la Palude, insomma… UDC, PDC, CDU, CCD, Alleanza per l’Italia… Un luogo dove ognuno può sentirsi a casa e può coltivare liberamente le sue ambizioni, spostandosi millimetricamente a sinistra, per poi riassestarsi a destra.

Attorno a questi contenitori, migliaia di partiti-partitini-movimenti-movimentini. In primis, Lega e Italia dei valori. Due organizzazioni che vedrei bene alleate, tanto sono simili nelle proposte e nelle proteste…

A sinistra del PD, è naufragata la pregevole Sinistra e Libertà. A sinistra della sinistra la rifondazione del Partito comunista dei comunisti italiani. A destra La Destra, la Fiamma tricolore e i vari movimenti nazional-popolari-sociali.

Sfido qualunque cittadino desideroso di mettersi a disposizione della collettività e non solo di rimpinguare il proprio portafoglio a trovare un’adeguata collocazione, consona alle sue idee e alle sue proposte: è la democrazia, amici!

E dire che, preso dal mio furore di diciassettenne, avrei così tanta voglia di fare politica…

Gianluca Olivero

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POLITICA
10 novembre 2009
Crocifisso nelle aule? Non serve...
                                                                                                                                                                                      

È legittimo che le interminabili lezioni di matematica al liceo siano vegliate dallo sguardo ligneo di Gesù crocifisso? È legittimo che in uno Stato che vuole definirsi liberale e laico vengano esposti simboli palesemente identificativi di una dottrina filosofico-religiosa e di una determinata etica di vita?

Premetto che vivo in una famiglia credente e praticante, quindi sono ogni giorno a contatto con Bibbie, corone del rosario e affini. Premetto anche che, dalla tenera età di dieci anni, mi sono allontanato da qualsiasi tipo di religione che si basa su dogmi, da qualsiasi etica prefissata, da qualsiasi concetto assoluto di moralità.

Tutte le mattine vengo svegliato dal suono sublime delle campane della Parrocchia dei SS. Pietro e Paolo che si trova a pochi metri da casa mia. Aprendo le finestre mi trovo davanti ad un campanile novecentesco e ad una facciata ottocentesca finemente decorata.

La cultura dei piccoli paesi di campagna, come Monasterolo, piccolo centro del cuneese in cui sto trascorrendo la mia giovinezza, è permeata dal cristianesimo e dai suoi precetti. Il modo di pensare, di rapportarsi agli altri, di agire sono continuamente influenzati dal modello di Gesù e delle sue predicazioni.

Fin da bambino, mi invitavano a “comportarmi da cristiano” in ogni occasione, da quando per la prima volta misi piede nell’Asilo a quando presi la licenza media un decennio dopo.

Non credo nella Chiesa romana e nelle chiese in generale, ho forti dubbi sull’esistenza di una divinità che regola, ordina e giudica il nostro agire, però non posso che affermare, alla stregua di Benedetto Croce, che “non posso non dirmi cristiano”. E, d’altronde, sono quasi orgoglioso delle nostre tradizioni, o, perlomeno, delle tradizioni migliori.

Torniamo al crocifisso. Pochi giorni fa, l’Italia è stata “rimproverata” dalla Commissione per i Diritti dell’uomo (!) dell’U.E. perché tutt’oggi in molte aule delle scuole pubbliche nazionali è ancora presente quel simbolo sotto certi aspetti controverso.

Si tratta di un simbolo che, oltre a rappresentare la religione prevalente e più radicata del nostro Paese, incarna perfettamente anche valori in cui credo, la libertà, la pace, la fratellanza, la solidarietà, l’uguaglianza. Incarna dei valori, ed è proprio questo il problema.

Lo Stato, almeno secondo il mio modesto parere, deve affermarsi solamente come arbitro fra i cittadini e deve tutelare i bisogni e i diritti dei più deboli e il merito di coloro che eccellono. Non deve mai, pena una deriva illiberale, fondersi e divenire parte integrante di un’etica, di una morale, di valori che devono rimanere esclusivamente nella sfera del personale.

Il crocifisso appeso nelle aule, così come in qualunque altro luogo pubblico statale, testimonia una netta presa di posizione nei confronti di un’etica, di una morale, di ben determinati valori. Con conseguente discriminazione nei confronti di coloro che, Italiani da generazioni o figli d’immigrati, non si sentono rappresentati da tali concezioni.

Il crocifisso è il simbolo di una cultura, sono d’accordo. La nostra cultura. Proprio per questo non deve aver nulla a che fare con lo Stato, che è solamente un’organizzazione sociale, un modo di regolamentare i rapporti fra individui: se, veramente, il crocifisso è simbolo della nostra cultura, se veramente il cristianesimo è la nostra cultura, non abdicheremo ad essa e continueremo a vivere con i suoi condizionamenti. Anche senza il crocifisso nell’aula, durante quelle interminabili lezioni di matematica.

Viva l’Italia,

Gianluca Olivero




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POLITICA
26 ottobre 2009
Le mie prime Primarie
 

                          

Bersani vincente 1 a 1. Due euro per poter votare il segretario. Venghino, signori, venghino. Noi, sì, noi “ci teniamo”.

E, come da prognostici, Bersani eletto con più del cinquanta per cento dei voti.

Non sto parlando dell’ultima fiera del più sperduto paesino del cuneese, non sto parlando della sagra del marrone e della salsiccia e della corsa dei muli con le relative scommesse. Punto un covone di grano su Bersani! No, Franceschini mi sembra di una stoffa migliore…

Sto parlando, invece, ed è triste dirlo, del Partito democratico, del principale “azionista” dell’opposizione italiana al governo in carica. Sto parlando della votazione del segretario che dovrà ristrutturare un’organizzazione allo sbando per costruire una valida alternativa da opporre allo strapotere berlusconiano.

Dopo un congresso al limite fra il comico ed il farsesco, in cui si sono scelti candidati nominati dall’alto a dispetto dell’aggettivo “democratico” cui si richiama il partito, è iniziata la campagna elettorale. E che divertimento! Dibattiti all’americana trasmessi su reti che frequentano i soliti quattro gatti ( e forse, in questo caso, anche qualche cane…), comizi roboanti, partitelle a bocce, manifestazioni solidali condite con calzini turchesi…

Poi, il 25 ottobre. Elezioni primarie. Duemilionicinquecentomila votanti. Ciascuno dona almeno due euro per poter votare. I conti sono presto fatti. Soldi che si aggiungono ai rimborsi elettorali. Ah, il costo della democrazia!

E, come previsto, vittoria schiacciante di Pier Luigi Bersani. Un uomo tutto d’un pezzo, che ho potuto apprezzare durante il suo ministero nel governo Prodi-bis. Un uomo che sicuramente saprà ristrutturare il partito, essendo un vero uomo di partito, che crede nel partito e nel suo apparato.

Sono convinto che riuscirà a far uscire il PD da questa sua penuria di voti, ma soprattutto sono contento di non dover più sentire quell’antiberlusconismo e quel buonismo che ha guidato la stagione veltroniana e, poi, quella del democristiano Franceschini.

Finalmente, dopo un ventennio in cui i post-comunisti erano guidati da democristiani, ora un pidiessino vero alla guida del piddì.

Ma, devo confessarlo, nonostante tutte le mie critiche alle modalità con cui è stato eletta la segreteria, io alle primarie sono andato a votare. Sì, ho sborsato quei due euro, ho rinunciato ad un caffè per scegliere “l’alternativa”. E ho votato e fatto votare Ignazio Marino.

Ignazio, quel chirurgo, quel razionalista sostenitore di uno Stato veramente laico e di un liberalismo sociale che molto si avvicina alle mie idee di liberalsocialista. Ignazio, l’unica novità in un partito che dovrebbe essere progressista e che invece si impone come il più conservatore, il più tradizionalista (persin più dei leghisti…), il più dogmatico. Sono contento di averlo votato, pur sapendo che non sarebbe mai stato eletto e che, nel giro di pochi mesi, la sua voce, fastidiosa per alcuni, sarebbe stata emarginata. Ho diciassette anni e queste sono le prime elezioni a cui ho votato. Marino è il primo nome su cui ho messo una croce. Ma non me ne pento…

Vorrei concludere, com’è doveroso, con un augurio al nuovo segretario. Auguri, Pier Luigi, auguri di cuore. Che la tua segreteria sia fruttuosa, che il tuo operato riesca a far uscire la politica italiana da una stagione d’odio e di insulti per avviarci ad un periodo di concordia, di dialogo e, soprattutto, di riforme. Condivise.

Un monito, poi: non cadere nella trappola del populismo, del pressapochismo, del giustizialismo alla Di Pietro; adoperati invece per trasformare il PD in un partito socialdemocratico alla stregua di tutti i principali paesi europei. L’Italia non potrà che guadagnarci. Buon lavoro!

Viva l’Italia,

                                                                     Gianluca Olivero

P.S.: ci tengo, da liberale, libertario e anche un po’ libertino, ad esprimere tutta la mia solidarietà a Marrazzo, su cui in questi giorni si sta scatenando una vera e propria campagna d’odio. Un’indecente campagna d’odio. Della serie “moralizziamo il moralista”, come solo in un Paese malato può succedere. Non mollare, Piero!





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POLITICA
18 ottobre 2009
FACCIAMO POLITICA!!!
 
VISITA:
www.arengo.ilcannocchiale.it 
                            
Presentazione del blog "ArenGO"- La piazza dei socialisti e dei liberali italiani
                    

"Vorrei che questo blog si affermasse come uno spazio di discussione per la creazione di un polo liberale, socialista, laico, moderato, repubblicano. Un luogo aperto a tutti e a tutti, in cui tutti possono esprimere liberamente la propria opinione nel libero confronto e nel rispetto reciproco.

Oggi, in Italia, è difficile trovare una collocazione precisa, nella confusione di questo sistema politico-elettorale. Abbiamo due grandi partiti che contengono tutto ed il contrario di tutto, più una miriade di piccoli movimenti che non garantiscono la rappresentanza ai loro iscritti ed ai loro elettori.

Muoviamoci affinchè qualcosa cambi. Perché il popolo socialista liberale repubblicano ha bisogno di far sentire la sua voce e di diffondere i sui grandi ideali, anche e soprattutto nell’interesse del Paese.

Questo spazio, nel suo piccolo, vuole rappresentare un punto di aggregazione, di dibattito, di discussione. Per contribuire a costruire quell’”isola che non c’è”, quel grande Partito riformista italiano che è nei sogni di tutti ma che non è mai riuscito a trovare perfetta e compiuta realizzazione.

Ho chiamato questo blog “ArenGO” proprio per questo: a parte le mie iniziali, l’Arengo era il luogo destinato alla riunione della Cittadinanza in numerosi Comuni del Duecento italiano, luogo di aperto confronto nell’interesse comune della polis.

Ho creato, dunque, una sorta di “porto franco” nella politica italiana, uno spazio oltre la politica, fuori da questa politica, ma profondamente radicato nella politica. Politica intesa nel senso etimologico del termine: l’arte di amministrare la cosa pubblica (polis) per il bene e l’utilità comune.

Facciamo politica, ragazzi, facciamo vera Politica!"

                                                                   Gianluca Olivero




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POLITICA
18 ottobre 2009
Sull'insegnamento della religione islamica e sulle modifiche costituzionali
                                                 

In questi ultimi giorni, la cronaca politica ha offerto spunti interessanti su cui effettuare alcuni brevi ragionamenti.

In primo luogo, l’idea del finiano Adolfo Urso: egli propone d’introdurre l’insegnamento della religione islamica nel sistema scolastico italiano come alternativa all’IRC, la religione cattolica opzionale. Così facendo, argomenta, si potrebbe porre un freno all’estremismo e al fondamentalismo talvolta presenti in alcune moschee italiane, controllando ed indirizzando le modalità e i contenuti della materia oggetto di studio.

Si tratta di un’iniziativa lodevole, che si muove nel solco di un’istruzione laica e libera per tutti e che abbatte i muri ed i ghetti, aprendo i battenti ad una società multiculturale. Perché, checché se ne dica, la società italiana è multiculturale, da sempre. E questo dev’essere motivo di vanto, non di apprensione.

Garantire a tutti la possibilità d’imparare, senza steccati ideologici o dogmatici: è un imperativo cui non è possibile sottrarsi se si vuole riformare la scuola per renderla competitiva e moderna, formando così una generazione aperta e globale. Come la moderna società richiede…

Personalmente, però, opterei per l’abolizione dell’insegnamento della religione, cattolica, islamica, buddista o oliverista (!) che sia, per introdurre una nuova materia d’insegnamento, una sorta di “storia delle religioni”, che, a cavallo dell’insegnamento storico e filosofico, possa analizzare le ragioni, le cause, le conseguenze di tutte le credenze. Offrendo una visione priva di condizionamenti e d’ingerenze di questa o quella confessione, di questo o quell’apparato ecclesiastico.

Sì, perché credo fortemente che la propria confessione religiosa sia un fatto esclusivamente privato, che non deve essere causa di discriminazioni o ingerenze nel settore pubblico. Perché lo Stato siamo TUTTI.

Passiamo, poi, a riflettere sulle proposte del governo relative alle modifiche costituzionali e, in particolare, sulla riforma della giustizia.

A parte il fatto che potrebbe parere strano che modifiche del genere vengano effettuate in un momento come il presente, è necessario interrogarsi sulla bontà delle stesse. E a me paiono, tutto sommato, abbastanza interessanti.

La separazione delle carriere fra pubblica accusa e pubblico giudizio mi sembra sacrosanta per l’ordinamento di uno Stato moderno, in cui l’equilibrio fra poteri è il faro. Non è giusto che la magistratura sia diventata una casta d’intoccabili, un’élite che, da sola, custodisce il patrimonio giuridico della nazione e si amministra secondo criteri arbitrari e politicizzati.

Si è visto non appena è stata annunciata una radicale riforma dell’amministrazione giudiziaria: proteste, minacce, annunci di sommossa senza nemmeno sapere la natura di tale modifica, senza scenderne nel merito.

L’Italia è purtroppo la repubblica di queste grandi oligarchie, di queste lobbies che possono fare il bello ed il cattivo tempo, consce che non potranno essere toccate da nessuno se non da loro stesse. È giunta l’ora di dire basta, ne va del nostro futuro.

Un ultimo appunto: la nostra costituzione è, a distanza di sessant’anni dalla sua entrata in vigore, una delle più moderne in Europa. Almeno, per quanto riguarda i Principi fondamentali. Sull’ordinamento, però, nutro qualche riserva. Non mi piace il bicameralismo perfetto, non mi piace la mancanza di potere decisionale per il Presidente del Consiglio, non mi piace il così elevato numero di parlamentari, non mi piace la suddivisione territoriale in province. Credo che la terza parte della nostra Costituzione sia da modificare. Perché, per quanto buona, la Carta fondamentale non è un tabù, un dolmen intoccabile da venerare.

Al contrario, dev’essere oggetto di un continuo processo di revisione. Proprio per non cadere nel dogmatismo, questa volta giuridico-statalista, che denunciavo poc’anzi.

Viva l’Italia,

Gianluca Olivero




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POLITICA
15 ottobre 2009
PER MARINO SEGRETARIO
                                      

                             Una scelta laica, liberale ed innovatrice

Contro l'antiberlusconismo viscerale e il partito-bocciofila


www.ignaziomarino.it

www.scelgomarino.info

Programma:
www.ignaziomarino.it/programma/  

N.B.: non aderisco nè intendo aderire al PD...



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POLITICA
14 ottobre 2009
L'omofobia e l'irresponsabilità della classe politica italiana by Luca Bagatin
Tratto da: www.lucabagatin.ilcannocchiale.it
 
L'omofobia e l'irresponsabilità della classe politica italiana



E' semplicemente assurdo, specie alla luce dei recenti casi di cronaca nera che hanno colpito molti omosessuali, che la legge sull'omofobia non sia passata in Parlamento.
E' invece addirittura vergognoso che l'Udc parli di incostituzionalità della legge stessa.
Ormai è da lungo tempo che i politici di turno tirano in ballo la Costituzione a sproposito, su questioni che con essa non c'entrano nulla, ovvero che essa non contempla (e così si sono rigettati a priori il Lodo Alfano, il matrimonio omosessuale, la castrazione chimica, questa legge sull'omofobia, appunto, tanto per citarne alcune), ad esclusivo loro uso e consumo.
E' veramente ora di smetterla, anche perché questa classe politica - pressoché nel suo complesso - sta dimostrando davvero di non essere all'altezza del compito per il quale è stata....."nominata" (non già eletta, visto che nella nostra attuale legge elettorale - quella sì palesemente anticostituzionale al punto che la Costituzione non prevede un sistema elettorale maggioritario - non sono più previste le preferenze).
E' altresì assurdo che siedano in Parlamento persone che potrebbero meglio tutelare la loro "fede religiosa" nei conventi e nelle parrocchie e non, diversamente, tentare di imporre una loro personalissima visione discriminante ad un Paese che è fatto di molteplici concezioni di vita. Tutte parimenti legittime in quanto non danno fastidio ad alcuno (se non all'intima coscienza di certi benpensanti che, ribadisco, possono benissimo decidere di servire la loro fede nei luoghi adatti allo scopo).
Urge dunque una legge contro le discriminazioni sessuali ed altresì una legge che aggravi le pene nei confronti di stupratori e pedofili, anche arrivando a ridurre i gradi di giudizio e non escludendo aprioristicamente misure quali la castrazione chimica che, a dispetto dell'altisonante nome, è una pratica farmacologica temporanea a base di ormoni che inibisce la produzione di testosterone.
Sono misure che dovrebbero in particolare essere discusse e concordate a livello sovranazionale, europeo, con mano ferma e senza tentennamenti perché non è possibile che a rimetterci la pelle e la dignità siano sempre i soggetti più deboli siano essi bambini, donne o omosessuali.
Questo sì va contro la nostra Costituzione repubblicana (e non già vaticana).
Altra misura da adottare dovrebbe essere quella dell'introduzione nelle scuole, a partire dalle medie inferiori, dell'ora di educazione sessuale. Senza pregiudizi, senza pruderie. In cui parlare anche di omosessualità, che la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha stabilito essere una condizione umana del tutto naturale (peraltro esistente anche nel mondo animale).
Un'ora di educazione sessuale per responsabilizzare i giovani ed al fine di aiutarli a conoscere il proprio corpo e le sue molteplici funzioni, che non sono certo solo ed unicamente riproduttive.
Sarà la nostra classe politica così responsabile da prendere provvedimenti in tal senso ?
Ce ne auguriamo veramente, perché fra inutili primarie ed inutili inaugurazioni di ponti sullo stretto di Messina.....stiamo francamente perdendo solo tempo.

                                                                                 Luca Bagatin
POLITICA
9 ottobre 2009
Sì al Lodo Alfano
                                                    

Ebbene sì, io giudico il Lodo Alfano una legge costituzionalissima. Una legge fondamentale per una repubblica moderna come vuole definirsi l’Italia. Credo che il principio su cui si basa questa legge sia lo stesso che fa da fondamento ad una democrazia parlamentare: la libertà di scelta per la propria rappresentanza.

Perché, indipendentemente dal colore politico, colui che ha ricevuto mandato da parte degli elettori, da parte della maggioranza del popolo sovrano, di guidare la collettività, deve avere la possibilità di portare a termine la missione cui è stato chiamato. Pena la perdita di consistenza della democrazia.

È forse incostituzionale, carissimi dottori della Corte, tutelare e difendere l’espressione di una scelta della maggioranza della popolazione?

Fin dalle elementari, in quelle interminabili lezioni di educazione alla cittadinanza, mi è stato insegnato il principio per cui i tre poteri di uno Stato, legislativo, esecutivo e giudiziario, devono sempre trovarsi in una situazione di equilibrio, se si vogliono evitare derive assolutistiche del potere. Principio che trae le sue origini nelle sublimi teorie di John Locke, fondamento per i moderni stati costituzionali.

Nessun potere dello Stato deve, dunque, prevalere sugli altri. Ma se un giudice si trova con la possibilità di processare una figura di primo piano della politica nazionale, quale può essere il Presidente del Consiglio o quello della Repubblica, o quello della Camera o del Senato, non vi è una preminenza del potere giudiziario sull’organo legislativo e su quello esecutivo-amministrativo?

Non vengono poste le basi per un nuovo colpo di Stato, perché di colpo di Stato si è trattato, sul modello dei primi anni Novanta?

Il Lodo Alfano non è quindi solamente utile, ma anche profondamente necessario, in un Paese come il nostro in cui si è abituati ad innalzare al rango di divinità personaggi pubblici, salvo poi demonizzarli e distruggerli non appena mostrano i primi segni di difficoltà. Come fanno gli animali…

Tanto più, poi, che il Lodo non garantisce l’immunità a vita, ma un’immunità temporanea, che finisce allo scadere del mandato. Saranno poi gli elettori a decidere se le colpe, le ipotetiche colpe, del candidato debbano influire sulla sua capacità politica. In tal caso, dirotteranno la propria preferenza verso un’altra lista.

È questo il bello della democrazia: 45000000 di persone che hanno la possibilità di votare e valutare l’operato e, se vogliono, anche la condotta privata di un personaggio politico.

E non credo che la stragrande maggioranza di questi sia composta da idioti.

Viva l’Italia,

                                                        Gianluca Olivero




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POLITICA
2 settembre 2009
ITALIA-LIBIA e realpolitik nostrana
                                                   

www.gianlucaolivero.ilcannocchiale.it

Non voglio soffermarmi sull’ultimo caso che sembra aver monopolizzato l’attenzione della politica italiana: la querelle Feltri – Boffo, di cui tanto s’è parlato e per la quale è stata imbrattata tanta, troppa carta. L’unico appunto che mi sento di scrivere è quello che già espressi in un articolo il mese scorso: basta con il falso moralismo e piantiamola, per favore, di guardare nei letti altrui! Capito, Avvenire, Repubblica e compagnia bella?! E, vorrei aggiungere ora, piantiamola con polemiche pretestuose ed inutili!

Preferirei parlare, invece, di politica estera, che mi ha sempre interessato, specialmente durante i governi Berlusconi, quando diventa di fondamentale importanza.

Ma quanto mi piace vedere tutti quei musi lunghi infagottati in capi d’alta sartoria ed in mezzo a loro la macchietta, un Silvio che sprizza allegria da tutti i pori, dispensa battute e pacche sulle spalle a destra e a sinistra e che però, quando si tratta di raggiungere un obiettivo, è il primo a tornare serio e a riuscirci con una maestria impressionante?!

Quando al governo c’è Berlusconi, l’Italia torna a far sentire la sua voce nel panorama internazionale, torna a far parlare di sé sulla stampa mondiale. Fra un sorriso e una battuta. E riesce a raggiungere traguardi importanti, importantissimi.

Basti pensare all’accordo stipulato con la Libia, che ci ha permesso di mettere un freno ad un’immigrazione controllata per promuovere un’immigrazione selezionata e di qualità; che ci ha permesso di ottenere contratti miliardari, che ha offerto nuove opportunità d’investimento per le nostre piccole e medie imprese. E poi, ancora, petrolio e gas naturali, così da non dover più dipendere dalla Russia e dall’Europa dell’Est. Una vittoria importante, che rafforza la nostra posizione nel Mediterraneo, il “mare nostrum”, e il nostro ruolo di mediazione ed integrazione fra mondo islamico e mondo occidentale.

Sì, una vittoria importante e che, ovviamente, ha subito sollevato polemiche: la Libia è un Paese che appoggia i terroristi, Gheddafi è un dittatore oppressivo, che odia l’Europa, l’Occidente e la libertà!!

Eccole, le levate di scudi di coloro che tifavano per l’Unione sovietica, democrazia aperta e pluralista!

 Ragioniamo però un attimo, uscendo da ogni ideologia e da ogni riferimento politico nostrano: la Libia è un paese che è accettato nell’Onu. Gheddafi presiede l’Unione africana, dunque la Libia rappresenta un interlocutore di primaria importanza per il dialogo col “continente nero”.

 D’altra parte, la stessa Cina non è uno stato notoriamente liberale, notoriamente democratico. Eppure si stringono accordi con lei senza tutte queste polemiche. Addirittura, la stessa Cina è membro permanente del Consiglio dell’Onu…

Quindi, piantiamola col moralismo anche qui, in politica estera. Forti che solo col dialogo si possono raggiungere traguardi importanti, fosse anche la democratizzazione di un paese autoritario. Non con le guerre, gli embarghi, la voce grossa. Si è visto coll’Iraq.

Viva l’Italia,

                                                                          Gianluca Olivero




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POLITICA
27 agosto 2009
ROMA LADRONA?
                                            

                                                     


Il destino dell’Italia è legato ad Umberto Bossi e al suo partito.

La Lega Nord, come consuetudine, ha allietato i caldi pomeriggi agostani con le solite proposte a metà fra il comico ed il tragico, fra la proposta e la protesta, fra la lotta ed il governo. Dialetto nelle scuole, rete televisiva territoriale, esami di dialetto per i professori, bandiere regionali da sostituire al troppo illuminista Tricolore, il verdiano “Va’ pensiero” al posto del “Canto degl’Italiani” di (?) Mameli…

La verità è che in questo modo la Lega è riuscita ad imporsi nel dibattito politico, a conquistare le prime pagine dei giornali, ad influenzare le tematiche nell’agenda del governo. Un partito del 10%, che è riuscito a convogliare su di sé per un mese intero i riflettori mediatici. E riflettori mediatici significano voti…

Ma usciamo un attimo dal folklore di queste proposte populisteggianti e riflettiamo, invece, sul ruolo della Lega.

La Lega Nord esiste fin dagli anni ’80, pur con denominazioni differenti, ed ha incarnato la voglia di autonomismo, financo di secessione delle popolazioni “padane”, ovvero degli abitanti dell’Italia settentrionale.

Ebbene, la Lega Nord, in questi anni, è riuscita a crescere e prosperare su una tematica che, inizialmente, non era sentita dalla gente. La Padania non è mai esistita, eppure, dopo vent’anni di protagonismo mediatico, sembra diventata la nuova patria di chi, come me, vive a ridosso del Po.

È stato, bisogna darne atto a Bossi e colleghi, un grande colpo strategico, il creare l’idea di uno Stato padano e radicarla a tal punto nell’immaginario collettivo che, in certe regioni, il partito che nasce da questo e per questo sfiori punte del 30-40%. Mica bruscolini.

Ma ridurre tutto a ciò sarebbe un errore. Perché la Lega Nord rappresenta non soltanto le istanze di una nazione inesistente, ma incarna tutte le spinte di protesta, d’insoddisfazione nei confronti dello Stato e della classe politica dirigente. Incarna un popolo che è stufo dei politici che mangiano e che richiede di amministrare da sé i propri beni pubblici, i propri denari.

Sarebbe, quest’ultima, un’iniziativa lodevole, seppur condita con slogan altisonantemente populisti, come “Roma ladrona” ecc.

Sarebbe, appunto, se non che la Lega Nord, ormai, è entrata già da tempo nella stanza dei bottoni. La Lega anticasta è giunta, anno dopo anno, ad incarnare parte della casta stessa.

Su questo fatto, la questione delle province è lapalissiana: il programma elettorale di Berlusconi presidente prevedeva chiaramente l’abolizione delle province. Perché non è ancora stato fatto, né, presumo, si farà mai?

Perché, evidentemente, va a cozzare con gl’interessi particolari di qualcuno che è alla maggioranza. Ed in particolare della Lega, che fa del governo del territorio ( e delle varie poltrone che offre…) la propria bandiera.

Certo, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. E questi interessi, ovviamente, sono interessi anche di ambienti, molti, del PDL.

Vorrei fare, poi, un ultimo appunto: nel 2011, anniversario dell’Unità d’Italia. 150 anni, poca cosa nei confronti delle altre grandi nazioni europee, ma comunque un evento importante, importantissimo. Che sarebbe degno di venire festeggiato a dovere. E che invece…

Concludo. La Lega Nord, ad oggi, rappresenta una forza quasi secessionista, che, certamente, pone spunti interessanti e, anche, proposte condivisibili, ma che, nell’impostazione della sua azione, richiama tanto movimenti populisti e, in un certo senso, reazionari, tradizionalisti, avversi al cambiamento. Eppure, è auspicabile un’evoluzione del movimento, che diventi un vero Partito Federalista ITALIANO. A tutela dell’autonomia, ma sempre attento all’interesse nazionale. Speriamo… e l’intelligenza politica di Bossi può essere in grado di comprendere che un tale partito potrebbe raggiungere soglie del 25-30-40%.

Roma è ladrona? È da venticinque anni che la Lega è presente, a Roma. Nei palazzi, nei governi, nei giochi di potere.

Viva l’Italia. Non la Padania.

                                                                                     Gianluca Olivero



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POLITICA
14 agosto 2009
Per una scuola libera dalla religione (di Stato) by Luca Bagatin
Pubblichiamo un interessante articolo dell'amico Luca Bagatin (PRI) sulle recenti polemiche relative alla sentenza del Tar del Lazio sui prof. di religione e, più in generale, sui rapporti fra Stato e Chiesa in un Italia ancora troppo clericale e in un "normale" Stato laico.
                                
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it
 
Per una scuola libera dalla Religione (di Stato) 
     di LUCA BAGATIN


La sentenza del TAR del Lazio, che esclude l'insegnamento della religione cattolica dalla valutazione sul profilo scolastico degli studenti, è una sentenza degna di un Paese civile.
L'Italia da un quindicennio conosce scarsissimi squarci di civilità. Quando giungono: ben vengano, visto che ci fanno ricordare che viviamo in Europa e nell'Occidente democratico (ovvero non in una teocrazia).
E così sia, miei cari parrucconi: la religione cattolica a scuola è materia di serie B.
Non vi sta bene ?
Vogliamo allora far notare che gli insegnanti di Religione sono pagati dalla Stato, ma scelti dalla Curia ?
Vogliamo far notare come la Religione cattolica sia materia gravemente "di parte" in una scuola pubblica che si pretenderebbe essere laica ?
Vogliamo farlo notare alla Ministra Gelmini che pur stimiamo quando si tratta di ridurre gli sprechi, che sarebbe bene ridurli anche e proprio in quel settore/materia scolastica ? (altro che fare ricorso !!!!).
Ovvero, se uno vuole conoscere qualche cosa della Religione cattolica vada pure a catechismo. Ci siamo andati anche noi, da bambini, infondo.
Ma la scuola rimanga luogo di cultura libera (e di culto libero), per favore.
E gli insegnanti di Religione li paghino pure i preti nelle loro parrocchie.
Dateci pure degli anticlericali borghesi, d'antan, vieti, vietati e così via.
Ne andiamo fieri proprio in quanto non solo amiamo il concetto del Sacro, ma finanche la libera Spiritualità, che spesso stanno alla base del Libero Pensiero di bruniana memoria (di quel Giordano Bruno che tentò invano di spiegare alla Chiesa i suoi grossolani errori, anche spirituali, e che per questo finì al rogo).
Aborriamo l'ateismo proprio perché gli atei sono come i clericali: sbandierano Dio e la Religione a loro esclusivo uso e consumo.
Ed invece, sommessamente ma con una certa forza, vogliamo sostenere la laica e liberale abolizione dell'ora di Religione, sostituendola con la ben più utile ora di Storia delle Religioni. Magari anche Storia delle Religioni dalle Antiche Civiltà ai nostri giorni: un vero excursus approfondito nel solco del Sacro.
E si lascino anche nelle Chiese quei tanto vilipesi crocifissi ! Non li si esponga in luoghi nei quali, francamente, non c'entrano nulla (così come un cane non si è mai visto in una Chiesa) !
E allora, fra corsi e ricorsi di ministri e politici impazziti alla ricerca della benedizione taleban-vaticana, fra laici e laicisti, sanamente laici e laici malati come noi (malati d'amore per il Sacro, non certo per il Potere Temporale e Secolare, lo ribadiamo)......ricordiamoci ora e sempre della massima che Toqueville ispirò al conte di Cavour: "Libera Chiesa in Libero Stato".
Il XX Settembre è vicino. Ed anche Papa Paolo VI soleva ricordare che la liberazione dal potere temporale dei Papi fu un bene per l'Italia.
Non rimane, oggi, che liberare l'Italia dai politici (del Pd e del PdL) soggetti a certe nefaste influenze che vorremmo - sommessamente - definire "insanamente clericali ed ancor più illiberali".
                                                                                          Luca Bagatin

    
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it




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politica estera
13 agosto 2009
LIBERTA' PER SAN SUU KYI!!!
                                          

YANGOON (Birmania)
La leader dell’opposizione democratica birmana Aung San Suu Kyi è stata condannata ad altri 18 mesi di arresti domiciliari, accusata di violazione delle norme di detenzione per aver ospitato in casa sua un pacifista statunitense lo scorso maggio. La donna, leader dell'opposizione democratica, che era in procinto di essere liberata, dovrà quindi scontare un nuovo periodo di isolamento: il ministro dell’Interno del Myanmar, generale Maung Oo ha reso noto che la pena inizialmente concordata prevedeva tre anni di carcere ai lavori forzati, aggiungendo però che il generale Than Shwe, capo della giunta militare al potere, ha tuttavia deciso di ridurrla e commutarla in un anno e mezzo nella residenza in cui San Suu Kyi ha vissuto negli ultimi vent'anni. A tale scopo è stato subito promulgato un decreto speciale.

                                                                                                             DA LA STAMPA on-line
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200908articoli/46283girata.asp

E, guarda il caso, il prossimo anno ci sono le elezioni politiche, in Birmania...

Mi auguro che il mondo, occidentale e non solo, sappia prendere le adeguate conseguenze, dal momento che la Birmania non è fondamentale, a differenza della Cina, per i nostri affari economici...
                                                                                       
Gianluca



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POLITICA
12 agosto 2009
SOSTENGO MARINO
                                                   

Nonostante tutto il polverone mediatico tirato fuori ad hoc per "tagliare le gambe" ad un candidato che può dar fastidio per la sua visione laica, aperta e propositiva della politica, IO SOSTENGO IGNAZIO MARINO per la candidatura a segretario del PD.
Ignazio può veramente portare qualcosa di nuovo nello scenario politico italiano, lui, sì, rappresenta un cambiamento. E chi si riconosce nei principi laici, liberali, socialisti, riformatori non può che essere allettato dal programma del dottor Marino.

Lo dice uno che non si riconosce, non aderisce e non intende aderire al PD. Ma tanto le primarie sono aperte a tutti, no?....

Per ulteriori informazioni: 
    http://www.ignaziomarino.it/comitati/programma/

    http://www.ignaziomarino.it/

    http://www.scelgomarino.info/

    (www.partitodemocratico.it)

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POLITICA
8 agosto 2009
LIBERTA'
"Se devo dire cosa è, vicino alla pace, più importante di ogni altra cosa, allora la mia risposta, senza se e senza ma, è: Libertà. Libertà per tanti, non per pochi. Libertà di coscienza e di opinione. Anche libertà dalla difficoltà e dalla paura."
                                                                          
Willy Brandt
"La mia libertà equivale alla mia vita"
                                                                           Bettino Craxi 

“Considerato nel suo senso sostanziale e giudicato nei suoi risultati, il socialismo – in quanto movimento dell’ emancipazioni concreta del proletariato – è un liberalismo in azione, è la libertà che si elabora per gli umili.
Il socialismo dice: il riconoscimento astratto della libertà di coscienze e delle libertà politiche a tutti gli uomini, se rappresenta un momento essenziale nello sviluppo dell’umanità, ha tuttavia un valore ben relativa quando, per condizioni intrinseche o d’ambiente , a causa della miseria morale o materiale, la maggior parte degli uomini non sia messa in grado di apprezzarne il significato e di servirsene in modo concreto. La libertà è pura fantasia e non esiste per l’individuo, quando non è accompagnata e sorretta da un minimo di autonomia economica. In tali condizioni, l’individuo è schiavo della sua miseria; è umiliato dal suo asservimento e la vita non potrebbe offrirgli che una lusinga e un aspetto: quello materiale. L’individuo è libero di diritto e schiavo di fatto. Il sentimento di questo asservimento diviene più duro e più ironico dal momento in cui lo schiavo di fatto prende coscienza della sua libertà di diritto e degli ostacoli che la società gli oppone per realizzarla.
La società moderna – prosegue il socialista – era piena di tali individui al momento della nascita del socialismo. Essi rappresentano ancor oggi, in regime capitalista, una gran parte della classe operaia, priva di ogni partecipazione alla direzione della produzione, di ogni sentimento della propria dignità e della propria responsabilità in materia di lavoro.
In nome dunque della libertà, per assicurare una libertà a tutti gli uomini e non soltanto a una minoranza privilegiata, i socialisti reclamano la fine dei privilegi borghesi. In nome della libertà, chiedono una più giusta distribuzione delle ricchezze e l’assicurazione per tutti d’una vita degna di questo nome. In nome della libertà parlano della sostituzione del principio egoista nella direzione della vita sociale con il principio collettivo.” 
                                                            Carlo Rosselli – Socialismo liberale



permalink | inviato da Gianluca Olivero il 8/8/2009 alle 14:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
POLITICA
7 agosto 2009
Giovani socialisti nel ventunesimo secolo
                                                   

Mi sento spesso chiedere: perché, da diciassettenne del ventunesimo secolo, hai scelto il socialismo?

            Sono nato nel 1992, anno in cui scoppiò lo scandalo di Mani pulite. Ho vissuto un periodo politico in cui la corsa a prendere le distanze dai socialisti era all’ordine del giorno. Ho letto una stampa per lo più faziosa, che dipingeva Craxi come il male assoluto, come un volgare delinquente fuggito in Tunisia per scampare all’arresto. Ho visto scomparire dallo scenario politico nazionale partiti che, a detta di molti, erano sempre stati una piaga sociale, partiti che giocavano con il potere per scopi esclusivamente personalistici.

            Sono, a tutti gli effetti, un membro della “DiPietro-generation”: ho visto i post-ex-neo-comunisti al governo guidati da un ex-post-neo-democristiano, ho visto la nascita di un partito “democratico” che nomina dall’alto i segretari,  ho visto un comico volersi candidare segretario di quel partito e venire rifiutato. Poi, giornali che si aggrappano a vicende private per eliminare il proprio avversario, dibattiti incentrati sul nulla, giudici scesi in politica per fare i giudici inquisitori.

            Già, perché sono diventato un socialista?

            Ho iniziato ad interessarmi di politica nel 2001, allora avevo 9 anni, conquistato dal carisma di Berlusconi ed appassionato dalla sfida che intraprese con Rutelli per il governo della penisola. E, lo confesso, allora ero ben lontano dagli ideali socialisti: mi riconoscevo in Fini ed in Alleanza nazionale, corrente Destra sociale di Alemanno.

Poi, sarà perché sono sempre stato attratto dalle vittime di processi sommari di piazza, dagli untori del nostro tempo, ho scoperto Bettino Craxi. Il suo sogno modernizzatore, le sue idee innovative ed innovatrici, il suo pensiero di libertà coniugata con giustizia sociale, di promozione dei meriti legata al soddisfacimento dei bisogni di tutti.

Non ci ho messo molto a diventare socialista. Fra lo stupore, il disappunto di tutti. Sono diventato socialista e ne vado fiero: quale altra matrice politica può vantare una storia, una sublimità di principi come la nostra?

Siamo nel ventunesimo secolo, il secolo della globalizzazione, dell’individualismo sfrenato, di un capitalismo i cui effetti si sono visti, si vedono e si vedranno. Io, nel ventunesimo secolo, sono diventato socialista.

            Viva l’Italia,

                                                     Gianluca Olivero

POLITICA
5 agosto 2009
Italiani? Popolo di santi, poeti, navigatori e... piccoli imprenditori!
                                                         

                                                  

Le piccole e medie imprese costituiscono il vero e proprio tessuto portante della nostra economia, nel Nord come nel Sud. Sono attive in ogni campo, dall’agricoltura fino all’alta tecnologia, dalla meccanica fino alla costruzione edilizia, dal settore alimentare fino a quello dei servizi. Ed è noto a tutti che queste attività danno lavoro alla maggior parte degli occupati italiani.

Rappresentano il lato più dinamico, più aperto del “sistema Italia” e, con i loro prodotti perlopiù d’eccellenza e di qualità, sono il vero e proprio fondamento del made in Italy.

Contribuiscono a costruire un’immagine positiva dell’Italia nel mondo, sono la vera alternativa ad un sistema troppo globalizzato e per questo quasi “inumano”, sono una proiezione della specificità locale e comunitaria verso il mondo.

Ed ora, purtroppo, stanno attraversando un periodo di profonda crisi.

Con questa grave depressione economica che ha colpito l’intero pianeta, più che le grandi imprese o le grandi banche, che sono in un certo senso responsabili di questa situazione e che però sono oggetto di aiuti statali, a pagare sono state proprio le piccole e medie imprese. Strangolate da un fisco troppo oppressivo, svuotate al loro interno da una legislazione pressante e inadeguata, immobilizzate da una burocrazia dissennata e imperante, sono state proprio loro a subire i danni più onerosi di questa grande crisi.

Sì, perché mentre dal punto di vista finanziario i problemi sembrano essersi risolti, anche con la volontà dei grandi della terra a porre fine all’anarchia di regole che sembra essere stata l’unica regina dei mercati mondiali, ora gli effetti della crisi iniziano a farsi sentire sui più deboli. E i più deboli sono proprio i piccoli imprenditori, costretti a farsi strada in questo scenario, lottando contro squali, contro la concorrenza di grandi multinazionali e di grandi quantità di prodotti a basso costo di Paesi senza regole.

Le piccole e medie imprese sono, dunque, una tipica realtà fondamentale per l’Italia, una realtà cui non si può rinunciare. Perché rinunciarvi significherebbe, in primis, “mandare a spasso” milioni di lavoratori, con conseguenze catastrofiche per la domanda di prodotti e quindi per l’offerta. Al contrario bisogna, da un lato, aiutare proprio il mondo dell’imprenditoria, per fare in modo che siano sempre meno le aziende che si vedono costrette a licenziare propri dipendenti, dall’altro rilanciare i consumi, creando le condizioni per cui si torni a spendere.

È necessario semplificare il quadro burocratico-normativo per rendere più snelle le procedure di amministrazione aziendale; è necessario attuare una politica di riduzione fiscale a favore delle imprese, è necessario incentivare gl’investimenti nella propria attività.

È necessario, poi, puntare sulla meritocrazia, legare i salari all’andamento della produttività, tutelare i disoccupati ed i precari. Aumentare la tassazione per i redditi superiori ai trecentomila euro, introdurre misure quali il quoziente famigliare.

È necessario combattere l’evasione fiscale, dando a tutti la possibilità di scalare dalla dichiarazione dei redditi tutta o buona parte dell’IVA, in modo tale che siano gli stessi clienti a chiedere l’emissione della fattura.

E si potrebbe andare avanti con una razionalizzazione ed una conseguente riduzione della spesa pubblica, una lotta ai clientelismi ed ai nepotismi, contro gli sprechi e ogni tipo di assistenzialismo. Investire sulla ricerca e sulla formazione, rendere l’istruzione libera e gratuita, fare in modo che i dipendenti possano partecipare direttamente all’amministrazione dell’azienda, con quote azionarie come pagamento-premio.

Mi auguro che il governo continui su questa strada, la strada tracciata dal decreto di Tremonti sulle misure anticrisi, anche se, ad ora, c’è ancora molta strada da fare.

Italiani: un popolo di santi, poeti, navigatori, mercanti, artisti, conquistatori e, anche,… piccoli imprenditori!

Non lasciamo morire una tale ricchezza culturale, prima che economica! Non lasciamo morire l’economia italiana!

Viva l’Italia,

                                                        Gianluca Olivero

POLITICA
2 agosto 2009
PDL? Ragioniamoci sopra...
                                                      berlusconiefinicongress.jpg

Il PDL è giunto ad un punto cruciale della sua esistenza, un momento in cui verrà decisa la sua sorte: riuscirà ad affermarsi come movimento innovatore, liberale, sociale, laico, moderno o soccomberà di fronte alla bramosia di potere di molti dei suoi gerarchi e all’”anarchia di valori” che lo caratterizza?

Dopo quasi 6 mesi dalla fondazione del movimento, i tempi sono ormai maturi per effettuare un bilancio. Un bilancio alquanto critico, che non faccia sconti, ma che non dimentichi di essere propositivo.

Sembra passata un’eternità da quando, quel famoso 2 dicembre, il popolo del centrodestra italiano scese in piazza, dimenticando le bandiere, i giochi di potere e gli steccati ideologici, per manifestare pacificamente ma con determinazione contro il governo più sciagurato di questa seconda repubblica.

Sembra passata un’eternità dal discorso del predellino, dalle elezioni politiche in cui, per la prima volta, si vide sulla scheda elettorale il simbolo di questo grande movimento di proposta e di governo. Vincemmo.

Sembra passata un’eternità dal congresso fondativo di marzo, quando migliaia e migliaia di persone si ritrovarono presso la Fiera di Roma per dimenticare un passato fatto di accordi e successi, ma anche, ahimè, di contrasti e divisioni. Per creare un qualcosa di nuovo, un qualcosa di profondamente e visceralmente innovatore, un qualcosa per l’Italia e per gl’Italiani.

Purtroppo, però, e, lo ripeto, sono già passati sei mesi, quel “qualcosa” non è ancora diventato niente di definito, è rimasto un “qualcosa”.

Colpa sicuramente della responsabilità di governo cui siamo chiamati. Colpa dello scenario politico, che ci vede senza opposizione. Colpa dello scenario economico mondiale, con la crisi e compagniabbella. Ma quel qualcosa non ha ancora preso forma.

E siamo proprio sicuri che le cause siano solamente esterne al PDL, non vengano anche, in qualche misura, dall’interno dello stesso?

Fotografiamo la situazione: mentre a livello nazionale la classe dirigente sembra essersi amalgamata in modo pressoché omogeneo (ad eccezione di qualche battitore libero, come Gianfranco Fini, che stimo in quanto stimolo e voce “fuori dai cori”…), a livello locale sussistono ancora divisioni fra ex-partiti, fra ex-correnti ed ex-correntisti (non clienti di banca, per carità!) che si contendono lo scacchiere delle cariche, delle nomine, delle poltrone.

Ci sono rivalità, fra persone, fra gruppi, fra idee.

E tutto per una sola cosa: potere, che –naturalmente- va a braccetto con denaro.

Il partito del Sud, idea sciagurata!, va avanti proprio su questo solco: finanziamenti pubblici per ottenere consensi, consensi lottizzati e personali.

Per fortuna questa situazione non è ancora giunta, seppur vi è prossima, a livelli di drammaticità. Ci sono persone, e sono la stragrande maggioranza, che credono in questo progetto nuovo e, in qualche misura, nuovista; che sono estranee ai giochi di potere né vogliono farvi parte. Che, insomma, vedono la politica come servizio alla polis, alla nazione.

Siamo in tanti, tanti giovani, tanti uomini, tante donne che ci credono. E ci sperano. Per il nostro futuro, per il futuro di tutti.

Siamo ancora in tempo per costruire qualcosa di grandioso, qualcosa che passerà nella storia non solo per quello che sarà, ma soprattutto per quello che farà, che potrà fare.

Riflettiamo per bene sullo spirito che ha animato questa “ragionata follia”: sì, siamo ancora in tempo. E abbiamo una grande occasione, essendo anche al governo del Paese: sappiamola cogliere! Non cediamo ai personalismi, agli individualismi, agli egoismi di certi; tiriamo diritto per la nostra strada!

Sono sicuro, questa linea pagherà, il giuoco varrà la candela…

Viva l’Italia,

Gianluca Olivero




permalink | inviato da Gianluca Olivero il 2/8/2009 alle 18:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
SOCIETA'
11 luglio 2009
Buone vacanze!
                                    

Dal 12 luglio al 2 agosto sarò "impegnato" in una vacanza, dopo un duro anno di studio e di fatica...
Il blog risulterà quindi inattivo in quel periodo.
Buone vacanze a tutti!!
                                   Gianluca 



permalink | inviato da Gianluca Olivero il 11/7/2009 alle 19:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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GIANLUCA OLIVERO

 




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